Benvenuti nell’Antropocene

Siamo nell’era dell’Antropocene, dove l’azione dell’uomo impatta in modo indelebile sull’ecosistema terrestre, causando modifiche territoriali, strutturali e climatiche. Il termine è stato coniato negli anni 80 dal biologo Eugene Stoermer, ma adottato dal chimico olandese e premio Nobel Paul Crutzen nel saggio “The Anthropocene” (2000). Scienziati, geologi e antropologi stanno analizzando la grande e pericolosa accelerazione imposta dall’uomo sull’ambiente e sul clima.

Analizzare e percorrere le irreversibili tracce antropiche significa comprendere i nuovi parametri che determinano il paesaggio, che sono tanto naturali quanto artificiali. In molte discipline, dalla biologia all’architettura, al design, le teorie sottese all’Antropocene costituiscono lo spunto per spostare i quesiti di analisi su altri scenari.

Lo sguardo analitico e scientifico del design può, sia pure attualmente con esempi in piccola scala e progetti di ricerca ancora a livello speculativo, cercare soluzioni a problemi macroscopici, come ripensare alla relazione tra uomo e habitat.

Ma ciò non culmina necessariamente in progetti di geo-ingegnerizzazione dell’ecosistema naturale, quanto in spunti progettuali che cambiano l’atteggiamento da antropocentrico ad ‘antropo-decentrico’, includendo nella progettazione elementi non umani come piante, batteri o funghi, oppure avvicinando il design ai laboratori scientifici e biologici.

Sempre più di frequente si assiste alla comparsa, a livello europeo, di progetti che mettono in discussione il modello produttivo e consumistico imperante dagli anni 50. Elevando gli oggetti dal valore meramente ‘transazionale’ – io compro, dunque possiedo – a uno relazionale.

Gli oggetti ci parlano della complessità dell’ambiente circostante e, in un certo modo, ricercano una forma di autarchia attraverso trasformazioni ibride tra artificiale e naturale. Sono oggetti post industriali, in dialogo con altri organismi viventi o che integrano nella produzione i processi fisici.

Tra questi, due progetti presentati dalla galleria milanese Subalterno 1 che sull’Antropocene sta conducendo una ricerca.

Il vaso Time di Massimiliano Adami è un oggetto ‘vivo’ che si autogenera sotto gli occhi delle persone grazie alla forza dell’acqua, della pressione del ghiaccio e degli effetti dell’ossidazione sulla polvere di ferro.

Il vaso di Adami si appropria della dinamica temporale per costruire gli oggetti e sposta l’accento dall’industria, o dall’artigianato, al fattore naturale nella costruzione dell’oggetto finale.

Oppure, Crystal di Studio Nucleo è un arredo che nasce dal deposito di sale di allume di potassio su una struttura stampata in 3D. È una sorta di fossilizzazione 2.0 che cita un processo chimico già conosciuto ai tempi di Plinio il vecchio nel 77 a.C. Ogni pezzo è unico e ha una forma imprevedibile.

L’integrazione tra organico e inorganico è presente nel progetto Mycelium Wood di Sebastian Cox e Ninela Ivanova, basati a Londra, che trasferiscono in una collezione di arredi il processo di colonizzazione del fungus mycelium sul legno al naturale. Il passo avanti, in questo caso, è aver stabilizzato una trasformazione naturale all’interno di una produzione in serie e con performance al pari del legno trattato.

Analogamente, la corrosione e il degrado diventano i fattori di protezione e gli elementi estetici della serie The Weathered Vessels del designer greco di stanza a Londra Manos Kalamenios. L’idea è nata dallo studio degli effetti dell’inquinamento che rallenta il degrado della bone china antica. Così, la collezione prevede un trattamento chimico a base metallica sulla porcellana porosa che catalizza la formazione delle particolari patine protettive.

La reazione tra resina e catrame è invece ciò che crea i pattern simili all’ambra naturale nella collezione Synthesis dell’inglese Tom Price. La manipolazione del processo di catalizzazione della resina consente al catrame riscaldato di espandersi all’interno e creare crepe e fessure che generano interessanti giochi di luce nella resina.

Gionata Gatto in Technofossils (presente da Subalterno 1) mutua la tecnica del ‘leaf-clearing’ della paleontologia per portare l’apparato fogliare alla mera struttura dei vasi linfatici. Gli ‘scheletri’ della foglia sono poi immersi nella resina e la loro capacità conduttiva consente, al passaggio della corrente, di mostrare la traccia della biomassa scomparsa rendendo il profilo visibile.

Il design è dunque alla ricerca di un nuovo legame con il paesaggio, inteso come ambiente antropizzato. Ma tale legame riflette un’idea meno romantica e ‘greenwashing’ di qualche anno fa, quando l’istanza ambientale ha iniziato a diventare urgenza.

Il teorico inglese del design John Thackara (a Milano per un seminario con Domus Academy) sta seguendo alcune pratiche di cosiddetta ‘civic ecology’, un movimento di attivisti volto a integrare processi di gestione ambientale e sistemi naturali nella pianificazione urbana.

Per Thackara il design deve coinvolgere sempre più discipline differenti per riportare la dimensione ecologica – intesa come natura antropizzata – nel senso del luogo e nelle relazioni tra le persone, “imparando gradualmente”, per citare le sue parole, “ciò di cui un luogo ha bisogno. E alla ricerca di un processo empatico con il territorio”.

I nuovi progetti non vanno tanto a cancellare le tracce dell’uomo nel paesaggio, quanto a comprenderne il potenziale per trovare, in formule che integrano i processi stessi dell’ambiente, nuovi meccanismi virtuosi.

L’olandese Inge Sluijs ha studiato la costa delle discariche a East Tilbury, Regno Unito, e il rischio di inquinamento delle acque conseguente alla corrosione della riva. Con il processo di ‘plasma gasification’ è possibile trasformare la materia organica tossica in gas utilizzabile come fonte energetica e in materiale inerte atossico. Quest’ultimo, dalla componente vetrosa, è stato poi soffiato e lavorato per produrre vasi e piastrelle.

Analogamente, la danese Helene Christina Pedersen prende la pelle di salmone proveniente dagli scarti dell’industria ittica locale e la tratta con tuorli d’uovo e olio di colza, metodi dal basso impatto ambientale, ricavando una pelle durevole come quella di altri animali.

Testo di Valentina Croci