Modern Dacia

Nella foresta a nord di Mosca, la casa, per un collezionista d’arte, reintrepreta, in chiave contemporanea, la variegata tradizione della dacia russa: un progetto che, dall’architettura, arriva al disegno degli arredi, in un accurato processo di controllo dell’insieme

 

Progetto di William Sawaya – Sawaya&Moroni Architects Milano – Foto di Santi Caleca – Testo di Matteo Vercelloni

 

Gli alberi secolari avvolgono come una protettiva cortina naturale la nuova costruzione; una dacia moderna, una grande casa nella foresta dal sapore contemporaneo che si cala con decisione, d’impianto e di figura, nella radura che l’accoglie. La dacia (dal verbo russo, che ha il significato di “dare”) rappresenta, nella storia dell’architettura russa, più che un tipo architettonico, uno stile di vita.

Consolidatasi durante il regno dello zar Pietro il Grande (1672-1725) la dacia diventa nel corso del tempo il luogo dove sfuggire ai rigidi protocolli della vita di corte, un rifugio nella natura. In questo senso la dacia si identifica, nell’ambito della cultura russa, come un ‘luogo altro’ che, anche dopo la Rivoluzione d’Ottobre e la caduta dello zar, ribadisce il ruolo di spazio domestico ‘parallelo’, in cui vivere ‘in totale libertà’.

A questa dimensione, culturale e comportamentale, propria di una variegata ed eclettica espressione architettonica, si riconduce il progetto di William Sawaya per la residenza di un collezionista d’arte; una dacia del nuovo millennio, calata nel paesaggio del bosco di pini e betulle con cui cerca, trovandolo, un rapporto diretto tra esterno e interno, introducendo nuove figure e innovazioni distributive.

La costruzione si sviluppa come calibrata sommatoria di volumi scanditi da forme geometriche di forte impatto che legano fronti e copertura in un’unica sintesi senza soluzione di continuità. Figure compatte, valorizzate da un voluto innalzamento del piano di appoggio rispetto a quello dell’intorno e dallo studiato impiego dei materiali di rivestimento (larice siberiano, rame ossidato e pietra olive stone dalle forti proprietà antigelive) distribuiti per campiture alternate.

Queste disegnano una composizione architettonica che, nel rifiuto della dimensione del revival stilistico in voga nella Russia del XXI secolo soprattutto per la rivisitazione della tradizione della dacia, si proiettano su tutti i lati verso la foresta circostante, aprendo tagli prospettici che incorniciano i colori del paesaggio, come quadri che cambiano colore al succedersi delle stagioni e delle luci del giorno.

Alla foresta si offrono terrazze e logge, e, non ultima, l’invenzione di un soggiorno en plein air; uno spazio coperto, aperto su tre lati, che accoglie in mezzeria un cono di bronzo massiccio che sfonda il tetto di rame per fungere da ampio camino, in grado di scaldare l’intera zona prospiciente.

Così un elemento proprio dello spazio interno, come il camino del soggiorno, si trasforma qui in figura architettonica che genera in esterno uno spazio conviviale in grado di sfuggire al perimetro canonico delle stanze della casa. Uno ‘spazio-paradosso’, con il camino domestico portato in esterno, che ricorda l’enigmatico soggiorno erboso che Le Corbusier ricavò nel 1929 sul tetto dell’appartamento parigino in avenue des Champs Elysées per il collezionista d’arte messicano Charles de Beistegui.

La stessa tensione e intensità compositiva che caratterizzano la figura architettonica complessiva e la complessità dei fronti si traduce negli spazi interni distribuiti su due livelli tra loro fortemente integrati dal punto di vista dei percorsi, del disegno degli arredi e dei ricercati involucri delle superfici.

Pietre e marmi, doghe lignee, coprono i piani di calpestio e caratterizzano la scala monumentale dalle pareti scure che trova, al primo piano, il vortice di luce del grande lampadario a spirale, efficace cornice da cui osservare la matrice geometrica del controsoffitto soprastante.

Il vorticoso incastro di tetraedri di diversa dimensione, una memoria decostruttivista reinventata e diretto richiamo alla geometria architettonica tradotta in chiave di figura degli interni, si ripete in legno, con porzioni luminose, per definire nei percorsi distributivi del primo piano una superficie scultorea sospesa, enfatizzata dalla luce del giorno catturata dalle aperture di facciata.

Il progetto degli spazi interni si rapporta a quello degli arredi e delle luci appositamente disegnati, come il lampadario a ‘shanghai’ dell’ingresso con bacchette di vetro e acciaio ‘attivate’ magistralmente da tubi di led con lato colorato tra loro interposti in modo apparentemente casuale.

Mentre l’acrilico massiccio, in un’esaltazione formale delle sue proprietà materiche, è impiegato nei sostegni a uovo per il monumentale tavolo circolare rapportato allo spazio che lo accoglie.

Nella sala tonda angolare e in aggetto nella parte destra della casa rispetto all’ingresso, sottolineata da una quinta interna rossa che incornicia il bosco di betulle poco distante, i tre grandi sostegni di acrilico pieno del piano ligneo del tavolo, riflettono, ribaltano e catturano, come in una bolla magica, la natura dell’esterno, trasformandola in un indispensabile ‘materiale’ per una dacia del nuovo millennio.