INTERNI. The Magazine of Interiors and Contemporary Design

Galeotto fu l’incontro a Milano nello studio di Piero Lissoni dove entrambi lavoravano. Perché diventati partner nella vita e nella professione David Lopez Quincoces (Madrid, 1980) e Fanny Bauer Grung (norvegese, nata a Parigi e cresciuta a Roma), dal 2007 si occupano di architettura e interni in proprio, anche se David collabora ancora con la Lissoni Associati su progetti ad hoc.

Il loro studio in città (hanno una base anche a Madrid) di recente ha cambiato indirizzo: via Scaldasole 7, zona Darsena, nella sorprendente cornice di Six. Incontriamo Fanny nel nuovo spazio, dopo aver attraversato una corte “vecchia Milano” punteggiata da inattese palme tropicali, che si apre dietro un grande portone nero e una facciata ritagliata da enigmatiche bucature sul nulla.

Non c’è soltanto il loro studio in questo luogo ibrido che fu, in principio, un monastero e in ultima istanza uno studio di post-produzione cinematografica. Sugli altri tre lati della corte si dischiudono le grandi aperture ad arco e gli affacci di una galleria di design, di un bistrot aperto anche al pubblico e della boutique di progettazione del verde di Irene Cuzzaniti (architetto dei giardini già fondatrice della Fioreria in Cascina Cuccagna). Tutto riunito in un unico posto, riconfigurato sul piano architettonico proprio dal duo nordico-spagnolo.

“Abbiamo partecipato al progetto complessivo e conquistato uno spazio aperto e continuo anche per noi, dentro il quale si sviluppa questa scatola di luce e trasparenze dall’esile struttura metallica che è la sala riunioni dove siamo ora”, riconosce Fanny Bauer Grung, “ma l’idea è stata di Mauro Orlandelli, il deus ex machina di Six, che, grazie all’expertise nella ricerca sui materiali, con la sua Forest Design, fornisce servizi tailor-made a artigiani e professionisti.

Era da tempo che coltivava l’idea di una factory da vivere e condividere e quando ha trovato questo edificio, benché molto scomposto e ammalorato, ne ha subito compreso le potenzialità. Sarebbe diventato uno scenario custom live, fatto di spazi in relazione aperta e continua tra loro, dove la circolazione delle idee e la comunicazione fluida tra le parti distinte e complementari di cui si compone, intende restituire il tutto tondo di una dimensione olistica, in chiave di creatività, interscambio e contaminazione.

Una sorta di laboratorio condiviso. Questo luogo si racconta infatti anche con l’immagine coordinata dell’art director Samuele Savio, mentre il musicista Sergio Carnevale (assieme al socio Nic Cester) ha concepito il locale dedicato al food”.

Partiamo allora da questa factory un po’ segreta, in cui si trova il vostro nuovo studio-atelier aperto visivamente e connesso al dialogo con altre forme espressive, densa di tracce che restituiscono una storia e un’aria di non finito. Come si è orientato il progetto di riqualificazione e riconversione?
“Cercando di recuperare l’autenticità dei volumi preesistenti, innanzitutto”, spiega. “La ristrutturazione è stata guidata – come in tutti i nostri interventi sul preesistente, che abiurano sempre la logica della tabula rasa – proprio dall’intento di far emergere il genius-loci.
Con un mood raw, quasi brutalista, espresso da un segno essenziale, materiali naturali e senza tempo, abbiamo rimosso gli strati d’intonaco dai muri e fatto riaffiorare il motivo dei mattoni a vista, ora tinteggiati di grigio fumé (meno incombente del consueto rosso), riportando alla luce le figure di porte e arcate di passaggio. L’intervento più consistente ha interessato lo spazio deputato alla galleria di design, introdotto da una nuova apertura ad arco e segnato dall’innesto di un disteso lucernario punteggiato di led che modulano i trapassi luminosi durante le ore della giornata riproducendo un effetto giorno di sera. Ex novo è stato invece costruito il volume del bistrot, con il bancone del bar, la cucina a vista, la sala-dining e il bagno dedicato sul fondo; concepito come un unicum spaziale per stimolare un rapporto diretto tra chi lavora e i clienti e sollecitare nuove relazioni”.

Avete fatto tutto da soli?
“Mauro ha fornito i materiali, dal prezioso parquet posato a spina di pesce ai top di marmo degli arredi su disegno. E anche l’acciottolato che ridisegna la pavimentazione nella corte, dove si inseriscono a effetto le palme e le note floreali curate da Irene.
Ciascun elemento che popola le differenti isole di Six è invece frutto di una ricerca condivisa e attentamente calibrata negli accostamenti: dalle poltroncine di Gio Ponti ai tavoli di Gabriella Crespi, dai fauteuil creati da Le Corbusier e Pierre Jeanneret per Chandigarh in India alle lampade scultura di Isamu Noguchi, dalle applique di BBPR alle poltroncine vintage danesi, dai vasi di provenienza vietnamita ai tappeti nomadici.
E molto altro ancora, nell’ottica di un mix match di pezzi alti e bassi, di design e anonimi, di vintage e recupero, di qualità ma accessibili nell’acquisto. Esistono già molte gallerie di carattere elitario a Milano. Qui volevamo proporre qualcosa di differente: l’esperienza di un life-style declinabile in ambienti e situazioni differenti”.

Cosa vi piace di più della vostra professione?
“Proprio la ricerca, che è un gesto spontaneo intrinseco ma che fa parte di un arricchimento; è la voglia di cercare e trovare nuovi spunti, di sperimentare, di spingersi oltre, di confrontarsi continuamente con altre realtà, gusti, culture e comportamenti”.

In questa sfida, quanto la vostra formazione e background fanno la differenza in termini di sensibilità e vocazione?
“Intanto diciamo che caratterialmente David è più introverso di me. E questo si riflette nel tipo di ricerca che facciamo. Raccogliamo informazioni in modo differente dall’esterno perché guardiamo in maniera diversa. Poi ci ritroviamo a metà strada: quanto metabolizzato diventa oggetto di confronto e di una sintesi condivisa”.

Nel percorso, quali sono i vostri paradigmi di riferimento e anche i maestri ai quali vi ispirate?
“Entrambi abbiamo studiato storia dell’arte prima di architettura e questo resta un passaggio importante, nonché un interesse che continuiamo a coltivare. In ogni progetto partiamo sempre da riferimenti artistici e da figure di ispirazione, quali Eduardo Chillida per David e Donald Judd per me. Poi mi rendo conto che inevitabilmente in me, avendo studiato a Mendrisio, resta la forte influenza di Peter Zumthor, ma soprattutto di Aires Mateus, entrambi miei insegnanti, nell’approccio agli spazi e alla lettura dei valori di pieni e vuoti, luci e ombre. Senza adesione a gesti ed effetti scenografici gratuiti”.

Quanto contano le relazioni umane nel fare design?
“Sono fondamentali. Soprattutto empatia e sintonia con il cliente. A partire dall’ascolto delle sue richieste, il briefing viene sempre definito insieme. Da questo rapporto che si solidifica in corso d’opera si generano spesso nuovi passaparola. Stimolante per noi resta non ripetersi in successivi lavori”.

Come lavorate e come è composto il vostro team?
“Siamo in otto, giovani e compositi per formazione e provenienza internazionale. Già questo alimenta il confronto. Lavoriamo su progetti di interior e product design con un approccio molto hands-on: in cantiere. Chiunque del team ha un rapporto personale con gli artigiani, soprattutto quelli imprescindbili della Brianza. Testiamo ogni volta sul campo le peculiarità e le differenze tra un tipo di mano d’opera e un’altra. Il dialogo sul campo è fonte di arricchimento reciproco. L’ideale sarebbe un giorno avere in questo spazio un laboratorio, dove si provino a realizzare campioni e sintesi materiche manuali. L’artigianato resta una grande risorsa da preservare con la maggiore apertura e sensibilità possibili”.

Nel confronto con i materiali quali sono i vostri prediletti e come vengono trattati?
“Lavoriamo molto con il legno, anche quello più pregiato, che ci piace accostare per contrasto a materiali più grezzi, come il cemento. O con marmi e pietre. Con l’intento di restituire sempre un valore tattile ai nostri progetti senza accenti troppo ‘pettinati’. Il tema è quello di esprimere al meglio l’anima di ogni materia e l’assemblage per contrasto aiuta”.

Per parole-chiave qual è l’ordine di priorità che vi date in un progetto?
“Si parte da un’idea, che analizziamo in termini di spazio e luce e contesto e che poi cerchiamo di valorizzare attraverso i materiali a cui si riconduce nella realizzazione. Indipendentemente dalla scala di intervento e dal tipo di manufatto, sia uno spazio architettonico che un oggetto di design”.

Computer o matita: dove vi riconoscete di più come progettisti?
“Preferibilmente nella matita. Ma, nel mondo frenetico di oggi il passaggio al computer è inevitabile per non restare tagliati fuori. Le deadline ristrette per sviluppare idee e soluzioni sono diventate molto pressanti. Quasi una gara contro il tempo. Ricerca e studio richiedono invece fasi e attese più lunghe. Ecco perché la dimensione di apertura e dialogo che favorisce questo spazio di lavoro, in chiave di rapporti diretti, diventa ancora più importante”.

A cosa vi state dedicando ora?
“Abbiamo molti cantieri aperti in Italia e negli Usa: residenze private, spazi retail, un boutique-hotel e di recente è stata completata una club house privè a Capalbio. Ma c’è anche una town house a Notting Hill, Londra che sta riuscendo molto bene”.

E invece la vostra nuova ‘vecchia casa milanese’ dai soffitti alti, gli stucchi bianchi e i parquet a spina di pesce?
“Beh, quella è come la Six Gallery: romantica e luminosa, un mix match di pezzi alti bassi, vintage anonimo e design storico e contemporaneo. Comprese le bellissime piante verdi che David cura con grande pollice verde”.

Foto di Mattia Aquila – Testo di Antonella Boisi

 
L’ingresso dalla corte alla galleria di design dove modernità (non solo) milanese convive con accenti esotici. Sedute vintage danesi di design anonimo, tavolino con finitura in lamina d’ottone di Gabriella Crespi, tavolo nero e lampada da terra di Ignazio Gardella. Tappeti nomadici di Altai, piante verdi di Nespoli.
 
Al centro della galleria, due sedute in teak e canna anni Cinquanta di Pierre Jeanneret e tavolino rettangolare di Ico Parisi (Cassina). Sul fondo, screen di Alvar Aalto (Artek), tavolo di David Lopez Quincoces e sedute Gio Ponti (Cassina), Applique di BBPR. Vetri Yali.
 
Nello studio, il box vetrato dedicato ai meeting con il tavolo su disegno, le sedute attribuite a Gio Ponti, il tavolino di Gabriella Crespi, la luce di Apparatus.
 
Un’altra vista della galleria di design. Divano vintage design anonimo, tavolino esagonale attribuito a Gio Ponti e due sedute Safari in frassino e tela disegnate da Kaare Klint per Rud Rasmussen.
 
Lo studio di David Lopez Quincoces e Fanny Bauer Grung. Oltre le postazioni di lavoro con i tavoli Filo di Lema (design Lopez Qunicoces), le sedie di Charles & Ray Eames (Vitra) e le luci custom su disegno, la zona d’incontro risolta con tavolo rotondo e sedie di Living Divani, poltroncine danesi anni Cinquanta PK 22 di Poul Kjaerholm per E.Kold Christensen, lampadario di Michael Anastassiades.
 
Lo studio di David Lopez Quincoces e Fanny Bauer Grung.
 
ll bistrot con cucina a vista che si affaccia sulla corte. Lampada-scultura di Isamu Noguchi (produzione Vitra) e, nella sala-dining, applique di Luigi Caccia Dominioni, sedie di Carlo De Carli (Cassina), tavoli vintage. Il fondale-parete, dietro il bancone, è stato rivestito con piastrelle di Domenico Mori, design David Lopez Quincoces. Gli altri materiali, a partire dal rovere posato a spina di pesce sono stati forniti dalla Forest Design di Mauro Orlandelli.
 
Scorcio dello spazio dell’architetto del verde Irene Cuzzaniti, concepito come un ambiente creativo mutevole. Lampadario di modernariato.
 
Dettaglio del piccolo bagno di servizio al bistrot, impreziosito da una collezione di stampe fotografiche appese alla parete. Lampade-scultura di Isamu Noguchi (Vitra).