Freespace

Intervista esclusiva con Yvonne Farrel e Shelley McNamara, curatrici della 16ma Mostra Internazionale di Architettura: parlano di Venezia (un sogno), di architettura (sociale e generosa) e della loro Biennale Architettura (una riflessione sulla libertà condivisa con 71 architetti)

 

Foto courtesy La Biennale di Venezia e Grafton Architects – Testo di Laura Ragazzola

 

Le raggiungiamo via Skype nel loro studio, a Dublino per parlare della prossima Biennale di Venezia. Yvonne Farrell e Shelley McNamara lavorano insieme da quarant’anni. Fondatrici del celebre studio Grafton Architects, hanno alle spalle progetti importanti, molti dei quali legati al mondo della formazione e pluripremiati (in Italia, la nuova sede dell’università Bocconi, inaugurata a Milano nel 2008).

Quest’anno sono loro a curare la 16ma edizione della Mostra Internazionale di Architettura (dal 25 maggio al 26 novembre 2018) e ne hanno scelto il tema, condiviso  con 71 progettisti internazionali: Freespace. Un titolo che racchiude tante idee tra loro collegate: libertà, generosità, sostegno al benessere e alla dignità delle persone.

Che cosa significa Freespace e come si esprime nei vostri lavori?
Shelley McNamara. È uno spazio libero, sociale. Non c’è un’unica definizione, ma nella nostra esperienza è uno spazio che va oltre a quello che è necessario. Uno spazio che non ha neppure bisogno di avere una funzione specifica, eccetto il fatto di riunire le persone, di farle incontrare.

Per esempio?
Nel progetto dell’Università Bocconi, a Milano, tanto per citare un esempio italiano, potremmo definire ‘free space’ lo spazio creato tra il livello-strada e l’area interna riservata alle conferenze, affacciata all’esterno attraverso una grande vetrata: ecco, quello è lo spazio che permette alla vita della città di entrare dentro l’università, di connettere interno ed esterno, cittadini e studenti.
Allora, in quegli anni, non lo chiamavamo ancora Freespace ma quell’idea era già insita nel nostro lavoro. Ricordo che in quel periodo di frequenti viaggi tra Dublino e la sua città – lei è di Milano, giusto? – per seguire il progetto dell’Università Bocconi, ci piacque moltissimo lo ‘spazio libero‘ che scoprimmo nel Broletto (il complesso monumentale del XIII secolo che si affaccia su  Piazza dei Mercanti, ndr). Un luogo privo di porte, una sorta di mercato aperto alla città. Così abbiamo  pensato: “Non sarebbe meraviglioso se all’università ci si potesse sentire come al Broletto?” Ma progettando l’università milanese, pensavamo anche alla terrazza, in cima alle guglie del Duomo: uno spazio libero completamente diverso, così teatrale, così incredibile, una piazza pubblica sospesa nel cielo di Milano.
Ecco nel nostro ‘Manifesto’ della Biennale Architettura 2018 abbiamo voluto sottolineare che Freespace possa assumere valenze sempre diverse, definizioni  differenti: c’è lo spazio libero del pensiero, quello della storia e quello del tempo. Ma c’è anche lo spazio libero dell’immaginazione perché come architetti dobbiamo sì tornare indietro nel tempo, imparare dalla storia, ma guardare anche al futuro. Che per noi significa immaginare spazi che siano adatti alla collettività, a persone che hanno bisogno di un rifugio, di una casa, di un’università, di una scuola…

Insomma si tratta di riesaminare e stimolare una nuova visione dell’architettura?
Yvonne Farrel. Certamente. Mentre Shelley parlava dello spazio libero della storia, mi è venuto in mente quel bellissimo monastero, vicino a Firenze (la Certosa del Galluzzo in Val d’Ema, ndr), che abbiamo visitato qualche anno fa, un luogo che colpì anche Le Corbusier proprio per quell’idea di simbiosi fra individuo e collettività. Perchè lì i monaci riuscivano e vivere come eremiti ma all’interno di una collettività. Bene, quel monastero ci ispirò una scuola che abbiamo realizzato appena fuori Dublino, la nostra città. Con questo progetto abbiamo pensato di ‘regalare’ a ciascuna classe un piccolo spazio libero, una sorta di micro stanza indipendente, dove i  bambini, magari quelli particolarmente timidi, avrebbero potuto ‘isolarsi’ dal gruppo, oppure trovare la forza e quindi l’occasione per incontrarsi con gli altri…
Ecco, partendo da queste esperienze di lavoro, è nata l’idea di  pensare a spazi liberi e aggiuntivi, che noi, come architetti, possiamo inventare ma soprattutto proporre e ‘consegnare’ ai nostri clienti senza che ci sia stata una richiesta specifica. Spazi che non nascono dal bisogno immediato di costruire un edificio: si tratta di nuove invenzioni, di luoghi che vorremmo diventassero per il futuro assolutamente comuni, normali. Insomma, ci piacerebbe che ogni cittadino potesse domandare: “Dove è il mio spazio libero in questo progetto?”.

Qual e l’ostacolo maggiore per raggiungere questo obiettivo?
S.M. Vede, spesso il committente collega l’architettura  al suo valore estetico: più chic è il design, più elevato è lo status che si raggiunge nella società. A noi interessa qualcosa di diverso: non è dalla proprietà dell’architettura che deriva il diritto di trarne beneficio. Esiste un dovere civile o civico, sia che si tratti di una banca o di una casa o di una scuola… Ogni progetto deve essere in grado di restituire qualcosa al contesto in cui nasce e alla collettività a cui appartiene…
Y.F. …proprio così. Come ha ben sottolineato Shelley, noi non siamo interessate alle architetture in quanto oggetti. Ma agli spazi che le architetture generano, Freespace appunto, sempre diversi, dove le persone possano incontrarsi, entrare in relazione fra di loro.

Ci vuole fare, anche in questo caso, un un esempio concreto?
Y.F. Be’, mi viene in mente l’università che abbiamo realizzato a Lima, in Perù (l’University Campus Utec inaugurato nel 2016, ndr). Siamo state molto contente di avere vinto il concorso per quel progetto, perché abbiamo avuto la possibilità di pensare al nostro Freespace in modo diverso rispetto a come avevamo fatto nei progetti di altre università.
Lima, infatti, si trova vicino all’equatore, la pioggia è scarsa, c’è il vento che proviene dall’Oceano Pacifico: la differenza tra interno ed esterno tende quindi a sfumare, e per questo abbiamo scelto di collocare all’esterno tutto quello che si poteva, liberando così dello spazio. Ne è nato un progetto molto legato al contesto. Perchè Lima non è l’Antartide, serve un’architettura capace di ‘reagire’ al luogo nel quale si interviene.

Parlando di Venezia, qual è il suo Freespace? Come vi siete avvicinate alla città lagunare?
S.M. Venezia è un’esperienza incredibile in sè e ha sicuramente influenzato il nostro modo di pensare e progettare l’esposizione in laguna. La città è Freespace al massimo grado perchè si trasforma continuamente: è nebbiosa, onirica, ma poi improvvisamente si accende di luce; e la sua luce è diversa, ti incanta perchè i riflessi dei canali  la rendono color acquamarina… Ecco il nostro sforzo è stato quello di cogliere le mutevoli atmosfere di Venezia…
Y.F … e, aggiungerei, le relazioni che si instaurano fra le persone. A Venezia, infatti, si è più consapevoli degli spazi e di chi ne fruisce perché non c’è il traffico di una città tradizionale: se riuscissimo a pensare all’enorme capacità di questa città, costruita sull’acqua senza strade né auto, di accogliere persone da tutto il mondo, ne saremmo affascinati e forse riusciremmo anche a trovare soluzioni nuove per risolvere alcuni dei suoi problemi.
Per esempio, pensando che il turismo non è solo ‘guardare’ gli edifici, ma ‘guardare’ anche alle persone. Quindi la discussione è come fare in modo che Venezia sia una città dove le famiglie possono vivere, accanto ai turisti, che vanno e vengono. Io penso che entrambe le realtà possono coesistere. Potrebbe funzionare, e Venezia resterebbe una città viva piuttosto che diventare vittima del proprio successo. Molte volte abbiamo visitato Venezia, ma una delle ultime siamo arrivate  molto tardi, dopo una giornata lunga, faticosa: eravamo davvero stanche…
Bene, era passata la mezzanotte e mentre raggiungevamo in barca il nostro hotel abbiamo potuto vedere la città che dormiva. A volte si accendeva una luce, per poi spegnersi, e lasciare di nuovo spazio alla notte …Alla fine, scese sulla banchina eravamo come rinate: quel ‘viaggio’ sembrava proprio aver riempito uno spazio nella nostra anima. Ti ricordi Shelley?