INTERNI. The Magazine of Interiors and Contemporary Design

“L’idea è stata quella di riunire eccellenze italiane del settore motion, design, food, che rappresentino stile, passione, inventiva e bellezza in ogni forma” ha dichiarato Lapo Elkann, padrone di casa e direttore del progetto “per corroborare tutte le potenzialità di un servizio tailor-made personalizzato che, a partire dall’automotive restyling, sta diventando sempre più poliedrico. Questo nuovo biglietto da visita per il made in Italy” ha continuato “si offre, in primis a Milano, città simbolo dell’Italia contemporanea e del design, come tensione costruttiva verso il futuro”.

Architetto De Lucchi, per lei che lo firma, cosa ha significato il progetto di Garage Italia Milano?
“È stata la scoperta di un mondo nuovo (vecchio), quello dell’automobile, al quale fino ad oggi non mi ero reso sensibile. Avevo un po’ perso anche il fascino verso un elemento appartenente alla scenografia che ciascuno fa dell’ambiente intorno a sé. Nella visione di Lapo e nel lavoro di Garage Italia Customs ho riscoperto quest’idea: abbiamo sempre tutti bisogno di trovare un luogo in cui proiettare la nostra immaginazione e l’idea di chi siamo. Sia esso una casa, un vestito, un piatto. O, per l’appunto, un’auto, una motocicletta, uno yacht, un aereo o uno smartphone”.

Con questo intende dire che è vitale trovare degli oggetti in cui riconoscersi ed esprimersi ad personam?
“Chiaro. Non basta più nutrirci o vestirci per star comodi. Nella nostra comfort zone c’è anche quello che gli altri ci restituiscono in termini di visione della vita, di modo di presentarsi e di comportarsi. Questo sguardo, che in qualche modo avevo messo da parte, mi ha fatto ritornare ai tempi della Memphis, quarant’anni fa, quando si pensava a come istituire dei nuovi linguaggi in cui la gente si potesse identificare, anche nell’utilizzo dell’oggetto, come dichiarazione di appartenenza alla modernità di quegli anni. È stato un lavoro che mi ha fatto rivivere con grande entusiasmo la forza di trovare nuove parole per creare immagini e fantasie inedite”.

Mi sta ricordando che il progetto deve sempre stimolare qualcosa di emozionante per non ripetersi?
“Assolutamente. Noi architetti, e ripeto noi architetti, trattiamo oggetti. Sempre. Anche gli edifici vengono percepiti come tali, al di là del contesto di riferimento e della rispondenza ottimale al dato funzionale, che integra altri parametri. La ex stazione di rifornimento e servizio Agip commissionata nel 1952 all’architetto Mario Bacciocchi da Enrico Mattei e completata nel 1953 questo lo racconta molto bene: è un oggetto che non può più funzionare con l’intento per il quale era stato disegnato.
Ma è così bello e ricco di significati, così appartenente alla sua epoca, così forte di comunicabilità ancora oggi che piace. Ecco, mettere insieme questo oggetto architettonico con tutti gli oggetti grandi e piccoli che si riconducono alla filosofia di personalizzazione di Lapo, è stato uno straordinario lavoro di intarsio”.

In quest’opera di intarsio durata tre anni quanto ritroviamo di Michele De Lucchi homo faber, delle sue ‘Casette‘ in legno realizzate con la moto-sega e della sua voce di umanista contemporaneo?
“Moltissimo, più di quanto si possa pensare. Le tessere di questo puzzle fanno tutte parte di un unico landscape, l’ambiente di Garage Italia Customs che veicola un approccio di craft-industry nel dettaglio per progettare la visione di un futuro più a misura umana. Gli architetti e gli imprenditori disegnano, secondo specificità, i comportamenti delle persone che usano gli spazi e gli oggetti. Ne stimolano la creatività. Alla fine, siamo tutti progettisti e non lo dico per falsa modestia.
Se ci pensiamo, siamo gli unici animali che si vedono da fuori, si sanno nominare e si riconoscono allo specchio. Ci sentiamo individui in un gruppo di persone. Questo spiega perché l’homo sapiens sia riuscito a diventare responsabile del pianeta, nel bene e nel male. Tutto parte da noi e dal modo in cui vogliamo costruirci. La persona è sempre il riferimento. Il XXI secolo riporta al centro l’uomo, con una maggiore consapevolezza del suo essere speciale”.

Quindi, raccogliendo questo valore fondamentale, il modello di Garage Italia Customs è destinato ad essere vincente?
“La creatività in chiave di personalizzazione è un gran tema. La vera sfida imprenditoriale per Lapo Elkann e il suo team è quanto riuscirà a comunicare questo messaggio in chiave di potenzialità utilizzabile da molte persone.Il modello sta avendo un bel riscontro internazionale e molti stanno pensando di aprire sedi di Garage Italia nel mondo (dalla Cina al Giappone, dall’Arabia agli Stati Uniti). Esistono già mix funzionali di questo tipo all’estero, ma non così ben strutturati.
La sua piattaforma integra bar e ristoranti gestiti dallo chef stellato Carlo Cracco per light lunch, aperitivo e cena, tutti i giorni della settimana, e si rende disponibile anche per shooting fotografici, sfilate di moda, presentazioni di prodotti e attività artistiche. Il successo si misurerà nella capacità di presentare ogni volta qualcosa di innovativo”.

Ma, come si misura il quid di innovazione di una proposta?
“Nella sua diversità. Gli oggetti hanno valore proprio perché sono sempre diversi. La differenza è fonte di arricchimento nel mercato. Noi continueremo a cercare la difformità nelle sedie, per esempio, che disegniamo o produciamo. Anche gli animali seguiteranno ad applicarsi alle loro cose, gli uccelli ai nidi, le api agli alveari, ma li costruiranno pressoché uguali. Questa nostra vitalità rigenera anche l’architettura che, in questo momento, resta più importante del product-design”.

Perché afferma questo?
“Perché quando si progetta un prodotto si pensa di trovare un’audience di persone interessate a quell’oggetto. Quando, invece, si progetta un’architettura la propria audience di specifici referenti contempla anche quella che non lo è. Ovvero le persone che si relazioneranno con la fisicità di quell’edificio che prima non c’era sul nostro pianeta già densamente antropizzato e che diventa una limitazione alla libertà altrui.
Ecco perché il comune cittadino e la città devono in qualche modo apprezzarlo, riflettere sul mondo artificiale in cui viviamo e conferirgli una scala di valori è prioritario. E le valutazioni vanno fatte su due ordini di grandezza: ciò che non ha un significato rappresentativo-simbolico e un valore d’uso concreto immediato”.

In questo senso ritorniamo al senso dell’intervento sull’oggetto-ex stazione Agip: quando le cose non vengono utilizzate non solo si ammalorano ma vanno scomparendo?
“Certo. Non si è trattato soltanto di dare luce a un’icona, una bellissima architettura anni Cinquanta dalla forma fluida e allungata, a cuneo, dovuta al fatto che sorge su un lotto triangolare definito dall’intersezione di due viali. Un esempio di streamline moderno, caratterizzato dai bordi arrotondati di due sproporzionate tettoie orizzontali protese in avanti con un arditissimo sbalzo aerodinamico su piazzale Accursio.
L’idea è stata quella di far diventare questo edificio, subito testimonianza di una fase importante dello sviluppo economico e sociale del dopoguerra e ancora oggi ben visibile nella sua funzione di landmark e comunicazione per gli automobilisti che percorrono l’asse stradale del Sempione, verso nord in direzione della Milano-Laghi, ancora più futurista e dinamico, aperto e ottimista.  Un simbolo di quel progresso e sguardo verso il futuro di cui parlava Filippo Tommaso Marinetti nel suo Manifesto del 1909.
Il nostro è stato un intervento di restauro conservativo e consolidamento statico del manufatto architettonico restato in stato di fatiscente abbandono dagli inizi degli anni Novanta. Siamo partiti dalla pulizia e dal risanamento delle tessere in ceramica di mosaico che rivestivano le facciate esterne così come la superficie curva delle due tettoie orizzontali. Recuperarle al colore originale, è stato possibile grazie alla bravura dell’impresa di restauro Gasparoli.
Nel mentre, un altro lavoro fondamentale è stato svolto da Maurizio Milan ingegneria che, grazie alla sua expertise, ha riconsolidato radicalmente la struttura. Concepito con spirito di modernità e frutto di grandi calcoli ingegneristici, l’edificio era stato infatti realizzato con materiali poveri e di recupero.
A partire dai mattoni, ritrovati tutti di foggia variegata una volta scrostati gli intonaci. Abbiamo ricostruito con il desiderio di quegli anni, di fare delle cose nuove e straordinarie, in grado di ospitare anche il sogno di un ristorante e di un tetto-terrazza, ma senza modificare l’ex tempio dell’automobile nel suo carattere architettonico e storico.
Sul perimetro delle ali sono state installate due file di neon, riposizionate come negli anni Cinquanta. Sopra la linea del tetto, gli alti pennoni – ora diventati il supporto dell’insegna di Garage Italia – ricalcano il disegno di quelli originali.
Poi, pronti a rinnovarci anche in tema di ecosostenibilità, abbiamo adottato per le superfici vernici a base di Airlite, una pittura che utilizza la luce del sole per ridurre la presenza di sostanze inquinanti nell’aria ed eliminare muffe e batteri.
Ma il vero valore del nostro intervento si riconduce al fatto che un’architettura preesistente restaurata sia stata in grado di ridurre l’impatto sull’ambiente, ospitando una start-up di nuova generazione”.

Mille e settecento metri quadri distribuiti su due piani fuori terra e un piano interrato di servizio. Quali sono state le sorprese più divertenti e raffinate nella mise en scene degli spazi interni?
“Il luogo non ha perso l’atmosfera industriale originaria dell’officina meccanica, ma l’ha nobilitata nei dettagli. Al piano terra, subito dopo l’ingresso vetrato (con le pareti curve e i telai in metallo mantenuti a garantire la connessione visiva tra l’interno e l’esterno), una maestosa nuvola di macchine volanti è sospesa sull’area bar che fronteggia l’angolo shop dedicato agli appassionati del genere.
Nel suo sviluppo accompagna al corpo-ascensore e alle scale che riportano inediti calchi di pneumatici sui gradini; e, a latere, verso il palcoscenico di Garage Italia Customs. Questo è un ambiente con pavimento in cemento nero, dove al centro, sotto la cupola vetrata, è incastonato il logo del brand, con partizioni interne realizzate in ferro grezzo e con pareti blu-navy, un colore scelto personalmente da Lapo Elkann, per far risaltare lo splendore dei contenuti e la sua idea che i colori siano vita.
Sulla parete di fondo, la materioteca, il fulcro dell’attività creativa, è infatti una grande libreria che mostra la qualità e la ricchezza materico-cromatica delle lamiere verniciate per le carrozzerie, delle pellicole per il wrapping, dei tessuti e delle pelli di rivestimento utilizzabili per dar vita al proprio sogno di personalizzazione.
Salendo al primo piano, si trova il ristorante, un’unica sala di forma trapezoidale segnata da aperture finestrate sui lati che portano luce all’ambiente. Si protende sulla punta estrema della terrazza esterna in un piccolo spazio allestito come un motoscafo in legno di mogano e acero, con sedute in ecopelle di colore bianco e azzurro.
Al centro della sala-ristorante, invece, un’automobile è il cocktail station e al soffitto è appesa la sagoma di una pista elettrica giocattolo, mentre lungo il perimetro si distribuiscono panche imbottite, tavoli e sedie disegnati appositamente.
Gli arredi, realizzati con le major italiane del settore, alla stregua delle lampade, sono stati ispirati dal mondo delle auto, delle barche e degli aerei.
Nella cucina, che si trova alle spalle del ristorante, le postazioni di cottura e il layout sono stati però progettati da Carlo Cracco: ancora l’espressione di un’unicità del luogo, volta a valorizzare la sua interpretazione delle ricette regionali italiane.
Sul retro, si sviluppa anche la grande terrazza esterna perimetrata da quinte di alberi e attrezzata per la convivialità outdoor. Infine, i bagni. Tutti foderati in boiserie di mogano e acero, si distinguono anche nello speciale trattamento di galvanizzazione che dona una calda patina rame a lavabi e sanitari in acciaio”.

Nell’insieme, sembrano tante immagini del set di una nuova Dolce Vita: cosa va in scena?
“Va in scena l’intelligenza umana. Ci si siede, si osserva, si dialoga, si trasformano desideri e fantasie in sorprendenti panorami. Il regista si aspetta questo”.

Protagonisti?
“Tutti i viaggiatori del domani”.

Foto Santi Caleca – Styling Carolina Trabattoni – Testo Antonella Boisi

 
Le superfici curve delle due tettoie, così come le facciate esterne, rivestite da un mosaico di piccole tessere in ceramica, sono state pulite e restaurate, per riportare l’esterno al colore originario.
 
Due file di neon corrono a perimetro delle ali, riposizionate come negli anni Cinquanta. Sopra la linea del tetto, gli alti pennoni ricalcano il disegno di quelli originali.
 
Subito dopo la porta di ingresso, che riprende la vetratura originale anni Cinquanta, la grandissima nuvola composta da oltre 1.100 modellini di autovetture sospesa sull’area bar.
 
Nello spazio della Materioteca, le poltrone che adattano sedili Ferrari (modelli Daytona e 488).
 
Il ristorante al primo piano. Lungo il perimetro della sala, i tavoli disegnati ad hoc da Michele De Lucchi e realizzati da Cassina Contract e le sedie 298 (design De Lucchi per Cassina) personalizzate con grafiche racing. Il divano rivestito con pelli di Poltrona Frau è stato creato ispirandosi alla storica Ferrari di Gianni Agnelli, con rivestimento in pelle bicolore e prese USB mimetizzate nei braccioli.
 
La carrozzeria di una Ferrari si trasforma in cocktail station, mentre al soffitto, la sagoma di una pista elettrica giocattolo, incontra le luci realizzate ad hoc da Viabizzuno. Table-ware di Richard Ginori e Mepra.
 
I bagni sottolineano l'unicità del luogo: foderati in una boiserie in mogano e acero sembrano ricondurre l’ospite all’interno di un motoscafo, di cui resta memoria storica nelle immagini appese. Si nota lo speciale trattamento di galvanizzazione che dona un caldo color rame ai lavabi (Franke) in acciaio. Rubinetterie di Zanetti-Chini.
 
Il palcoscenico di Garage Italia caratterizzato da pareti blu navy e partizioni industriali in ferro grezzo che spiccano sulla pavimentazione in cemento nero. Sul fondo, la Materioteca, con la parete perimetrale concepita come una grande libreria e, al centro, la scrivania costruita sul frontale di una Ferrari.
 
L’ampia terrazza esterna allestita per la convivialità outdoor, con arredi Unopiù e luci Artemide (Tolomeo lampione outdoor).
 
La piccola terrazza battezzata Riva Privè e protesa su piazzale Accursio che si apre al vertice della sala-ristorante. Allestita come un motoscafo Riva in mogano e acero, con sedute imbottite in ecopelle di colore bianco e azzurro.