La biblioteca del sultano

A Istanbul, tra gli spazi che furono cucina e caravanserraglio di un edificio imperiale, è rinata la Beyazit State Library. Progettata e ristrutturata da Tabanlioglu Architects, raccoglie 25 mila libri rari e manoscritti. Da consultare in totale raccoglimento

 

Progetto di TA Tabanlıoglu Architects – Foto di Emre Dörter courtesy Tabanlioglu Architects – Testo di Antonella Boisi

 

Guardi le immagini e i disegni pubblicati in queste pagine e pensi: la Beyazit State Library di Istanbul è proprio una biblioteca speciale. Perché è un luogo di solitudine e concentrazione dedicato allo studio e alla cultura, permeato di una luce quasi mistica? Perché è la più antica biblioteca di Stato della città turca, con una collezione di 25.000 libri rari e manoscritti? Perché sembra invitarti a riscoprire l’essenza del bello (nell’architettura) e del buono (nel sapere) come cura dell’anima collettiva e personale?

Probabilmente, ed è già molto, ma questo non basta a restituirne l’unicità. Per coglierla appieno bisogna partire dal luogo in cui si contestualizza: un complesso di grande valore storico-architettonico – il Kulliyah – che integrava mensa, scuola elementare, ospedale, madrasa e hammam, come elementi di cerniera della Beyazit Mosque, la moschea voluta nel 1506 dal sultano Beyazit II e gravitanti intorno alla piazza omonima.

È un sito di notevole attrazione turistica. Gli spazi della biblioteca, che in origine furono la cucina e il caravanserraglio dell’imperiale Kulliyah, si calano in un edificio costruito nel 1884, che una storia recente aveva relegato in uno stato di desolante fatiscenza.

Fino a quando, qualche anno fa, Murat Tabanlioglu e Melkan Gürsel, (alla guida dal 1990 del noto studio Tabanlioglu Architects, di base a Istanbul) si sono occupati della loro ristrutturazione. Guidata con mano ferma ma leggera e nel totale rispetto del genius-loci.

“È bastato l’innesto di pochi segni minimal in un riattualizzato layout volumetrico, materico e programmatico per far coesistere in armonia, uno accanto all’altro, vecchio e nuovo, potenziando e accendendo le emozioni della zona. Nelle sue connessioni ‘letterarie’ con altri episodi: il bazar del libro e della carta, la scuola di calligrafia, il campus principale dell’Università, la caffetteria open air di epoca ottomana”, spiegano.

Già, perché il plus-valore del loro progetto sta proprio in questo: traghettare degli spazi che sono stati e sono “incubatori del sapere” verso l’incontro e il confronto più ampio con la comunità urbana dell’intorno, sollecitandone la crescita culturale, emotiva e ambientale. Il fronte principale della biblioteca comunica ancora in modo diretto con la piazza Beyazit, l’epicentro che polarizza e definisce spazialmente la sommatoria delle componenti, soltanto apparentemente indipendenti, del complesso.

Dalla piazza si sviluppa il percorso d’accesso alla Library, caratterizzata da una planimetria rettangolare regolare, che si snoda attraverso una corte porticata centrale lungo la quale sono ora articolate una serie di isole-relax outdoor.

I progettisti hanno scelto di coprire lo spiazzo quadrato aperto della corte con una struttura-membrana gonfiabile e trasparente: un filtro, che ne garantisce la fruibilità durante tutte le stagioni e, al tempo stesso, modula l’incidenza della luce diurna diretta nello spazio.

Le generose e antiche sale che si affacciano a grappolo sui lati della corte, riconfigurate come zone-lettura e di esposizioni, sono diventate l’oggetto del secondo intervento. Foderate di pietra chiara e segnate da archi, coperture voltate e minuti affreschi a motivi ornamentali (l’apparato architettonico e iconografico originario) sono state recuperate in modo pedissequo e attrezzate di essenziali elementi d’arredo, dai tavoli alle sedute, disegnati ad hoc, asciutti nelle forme e radicali nell’espressione.

La nuova impaginazione ha poi previsto che negli ambienti del piano terra trovassero posto le collezioni dei libri rari di epoca ottomana, araba e persiana. A differenza delle pubblicazioni contemporanee e dei periodici archiviati in un nuovo volume innestato sul lato nord-est del corpo principale, i manoscritti più preziosi sono stati riportati al centro della contemplazione.

Per questi ultimi, gli architetti hanno ideato delle teche attrezzate, giocate di contrasto con l’ambiente circostante: una serie di monolitiche scatole di vetro trasparente nero dotate anche di aria condizionata. Il progetto illuminotecnico messo a punto con lo Studio Dinnebier, ha introdotto un ulteriore livello di profondità nella costruzione spaziale, ispirata da un’ideale di purezza.

Le luci soffuse che si effondono dentro le teche dai bordi del pavimento sopraelevato in cemento ritornano infatti per contraltare a ritmare i tagli perimetrali delle pareti lapidee delle sale. Tutto questo arricchisce la percezione, permeando ogni zona di una luce che sale dal basso, diventando quasi ascendente.

Una dimensione di estraniamento e atemporalità che raggiunge l’apoteosi al livello interrato, dove, durante il cantiere, sono riaffiorati i resti di una chiesa bizantina, frammenti che ora si possono apprezzare anche dall’alto, in esterni, attraverso la copertura di vetro ritagliata nel piano di calpestio dello spazio outdoor. E mentre l’architettura assiste silenziosa allo spettacolo, la sua efficacia e potenza narrativa parlano.