Lego House

Bjarke Ingels lo incontriamo nel suo quartier generale a Copenhagen, un maestoso edificio di archeologia industriale, un tempo deposito di tappi per le bottiglie di birra, nell’area metropolitana di Valby.

L’architetto danese, anima del lanciatissimo studio BIG (oggi conta quasi 400 architetti suddivisi fra le sedi di Copenhagen e New York), si anima immediatamente quando inizia a spiegarci la ‘sua’ Lego House: 21 blocchi bianchi sovrapposti in modo sfalsato come dei giganteschi mattoncini-giocattolo.

“Progettare è un gioco, giocare un progetto”: era il mantra di Bruno Munari, uno dei maestri del design italiano. Anche per lei architetto Ingels non si può vivere senza il gioco?
Ma certo. Penso che sia uno degli aspetti fondamentali della vita. Se lei ha letto il libro  ‘Così parlò Zarathustra’, ricorderà le pagine dove Nietzsche descrive le tre metamorfosi dello sviluppo dello spirito. Al cammello, cioè l’uomo che porta i pesi della tradizione, subentra il leone-uomo, capace di ribellarsi e sconfiggere il ‘grande drago’, simbolo della morale vigente.
Ma siamo ancora lontani dalla libertà vera, che non è solo una libertà ‘da’ ma anche una liberta ‘di’…  Sarà alla fine il fanciullo, con la sua spontaneità, a costruire un nuovo mondo, attraverso il gioco e la sperimentazione. Il gioco, quindi, come metafora di libertà vera, piena. E Lego la rappresenta in modo particolarmente efficace.
Sappiamo che la maggior parte dei giocattoli vengono concepiti a priori, con un funzione ben precisa: c’è la bambola, il trattore, il trenino… Bene, Lego è un’altra cosa: è un sistema di gioco, non è predefinito, non è stabilito per forma o funzione, ma ti offre gli strumenti per creare un mondo che si avvicina ai tuoi desideri.
E, una volta pensato, la magia è che quel mondo lo puoi realizzare, costruire. Essenzialmente penso che l’architettura sia proprio questo: disporre degli strumenti per creare il mondo in cui vorremmo abitare. Per poi viverci. Divertendoci.

Per lei il gioco quindi diventa un pretesto di progettualità…
Sicuramente. In quanto architetti, noi creiamo una sorta di cornice alla vita delle persone. Aiutiamo a definirne i confini. Facciamo un esempio: supponiamo di dover progettare un parcheggio. Bene, il modo più ‘limitato’ di rispondere a questa richiesta è realizzare uno spazio dove le persone possano parcheggiare la propria auto.
Noi, però, vogliamo andare oltre e  dire che questo non è solo un parcheggio, ma è anche il luogo dove si trascorre parte del proprio tempo. E se quest’ambiente diventasse una cosa differente? Se offrisse altre opportunità? Noi non ci limitiamo a risolvere un unico problema: se ci si concentra su un bisogno limitato, la vita si impoverisce. Per questo il nostro studio cerca di espandere ‘il regno delle possibilità’, il repertorio delle soluzioni, e anche in senso giocoso e ludico.
Come la ‘8 House’ a Copenaghen (iconico  progetto di edilizia residenziale realizzato nel 2010, ndr), dove la gente vive e lavora, ma dove si può fare anche una passeggiata fino al decimo piano, per poi ridiscendere. Nessuno è obbligato ad andare a piedi (o in bicicletta), si può anche prendere  l’ascensore, naturalmente. Tuttavia il progetto crea l’occasione di fare qualcosa di più emozionante, di diverso…. Anche la Lego House è basata proprio sull’invito a fare esperienze entusiasmanti, cariche di vita.

Qui l’architettura punta a trasmettere un’esperienza stimolante ma anche un senso di identità, come recitava lo slogan dell’ultimo Copenhagen Architectural Festival (aprile 2017), di cui lei è stato uno dei protagonisti. Come ha risolto il rapporto fra la ‘sua’ Lego House’, il brand, la cittadina di Billund e i suoi abitanti?
L’input iniziale, quando abbiamo iniziato il progetto, era piuttosto ampio: costruire la ‘casa’ della Lego. Così abbiamo iniziato a studiare. La prima cosa che ci è venuta in mente era che l’architettura dovesse rispecchiare l’immagine dell’azienda, e cioè richiamare il fatto che Lego produce costruzioni per il gioco. Poi, c’era il ‘problema’ del luogo: il paese di Billund oggi è più piccolo della fabbrica e degli uffici della Lego!
Per i manager di Lego House era molto importante che l’edificio non fosse solo costruito per i turisti ma anche per gli abitanti di Billund. Così abbiamo pensato di concentrare tutte le funzioni, diciamo pubbliche – come bar, ristorante, shop Lego e spazi per eventi – al piano terreno, creando una sorta di piazza centrale coperta, la Lego Square, che fosse open, free, cioè aperta a tutti. Quindi abbiamo organizzato gli spazi espositivi come una sorta di nuvola leggera con tante stanze, o blocchi, collegati tra loro da gallerie di vetro, sospese sulla Lego Square.
Le scelta di usare superfici vetrate ci ha consentito di tracciare un confine leggero fra la piazza e i blocchi espositivi: la trasparenza invita a guardare, stimola la curiosità, mostra altri ‘mondi’ da esplorare. Non solo, i diversi blocchi si affacciano anche su spazi espostivi esterni, organizzati come ampie terrazze. Anche qui l’accesso è free perché sono state create aree gioco che, concepite come  costruzioni Lego, portano alla cima dell’edificio (riproduce in modo macro un vero mattoncino Lego), da dove si può godere una bellissima vista della cittadina di Billund e dei boschi che la circondano.

Un mondo davvero fantastico: immagino che la Lego House sia uno dei suoi progetti preferiti. O sbaglio?
Non si dovrebbe mai chiedere a una madre di scegliere tra i propri figli. Ovviamente mi sento sempre molto coinvolto in tutti i progetti dello studio, ma ce n’è uno che mi emoziona particolarmente…

Ce lo vuole raccontare?
Si tratta della Panda House, che stiamo progettando per i grandi panda bianchi, a due passi dal nostro studio, qui a Copenhagen: un progetto davvero emozionante. Naturalmente abbiamo dovuto studiare e capire come vivono i panda, per arrivare alla conclusione che non sono poi molto diversi dagli uomini…
Pensi che il maschio e la femmina non riescono a vivere insieme perché litigano continuamente: hanno una grande difficoltà alla coabitazione. Così abbiamo fatto in modo che ciascuno abbia habitat simili, ma distinti. Uno per lei e uno per lui. Un gigante ‘yin e yang’, diviso in due metà: le linee curve sono ondulate in sezione per creare la necessaria separazione ma senza trascurare la possibilità di vedersi quando ne avranno voglia. E il pubblico sarà coinvolto nello scoprire la vita di questi fantastici animali…

Be’, anche questo progetto regala alla comunità un enorme spazio di gioco per grandi e piccini?
Ma non è l’unico. Pensi che nel 2018 le famiglie di Copenhagen, potranno sciare sul tetto di un inceneritore… L’obiettivo? Rendere in un solo colpo il mondo più pulito e più divertente!

Foto di David Zanardi – Testo di Laura Ragazzola