Sustainable Thinking

Alla domanda “Qual è il suo progetto favorito?”, Michael Christensen ci pensa qualche secondo, ma poi risponde deciso: “Il DTU Compute di Copenhagen (si riferisce all’Education and Office Building nel campus della Technical University of Denmark, inaugurato nel 2015; in queste pagine, ndr).

Come dargli torto? Un cubo di vetro pieno di luce, perfettamente inserito nel paesaggio e progettato a totale misura degli studenti che abbiamo visto studiare, conversare e rilassarsi all’ombra di micro oasi verdi indoor. Classe 1960, founder e anima dello studio danese Christensen & Co. Architects (lo apre nel 2006 a Copenhagen, rinunciando alla prestigiosa carica di direttore creativo dell’Henning Larsen Architects, firma storica dell’architettura danese), Michael Christensen macina da 11 anni centinaia di metri cubi di spazi pubblici (soprattutto scuole e campus universitari) con un’idea ben precisa: dare forma a una ‘good architecture’, ovvero un’architettura agevole da abitare, aperta alla vita, attenta alla natura dei luoghi.

Ma dove soprattutto il senso di bellezza si coniuga con quello di correttezza e di responsabilità sociale dando vita a un più ampio concetto di sostenibilità: non solo performance tecnologica ma servizio, cura, attenzione verso la collettività. Per garantire una qualità diffusa alla vita di tutti i giorni, come ci spiega in questa intervista.

Architetto Christensen, il suo studio è considerato uno dei pionieri del progetto sostenibile: a lei si deve la realizzazione del più grande edificio low-energy in Danimarca, il polo scientifico Navitas ad Aarhus. Per lei sostenibilità è sinonimo di ‘buona’ architettura’?
Certo. In architettura non può esistere qualità se non è in grado di soddisfare quei requisiti di interazione sociale e civile che una società moderna deve perseguire e tutte quelle esigenze che necessariamente nascono dal contesto in cui ci si costruisce. Guardi, sono aspetti che riguardano il buonsenso comune e che da sempre accompagnano la storia del costruire.
Pensi alle espressioni più primitive dell’architettura: sin dalle origini, la costruzione di un edificio in un dato contesto geografico è legata alla gestione dei suoi aspetti energetici nel senso che, di volta in volta, sarà più logico cercare di trattenere il calore all’interno oppure rilasciarlo all’esterno, adattando la forma dell’edificio a seconda del clima. In Groenlandia, per esempio, gli edifici hanno una copertura arrotondata per garantire la minor esposizione di superficie possibile al freddo e lo stesso avviene con le capanne africane, in questo caso per proteggersi dal sole.

Quando un progetto è vincente dal punto di vista della sostenibilità?
Se si riescono a ottimizzare più aspetti in un’unica soluzione, il risultato è in qualche modo migliore. Un progetto è performante quando ci si rende conto che la qualità di luce naturale è buona, le proporzioni ben calibrate, lo spazio attentamente disegnato, i materiali scelti con oculatezza …. Insomma, quando il processo di progettazione non si focalizza, in modo univoco, sugli aspetti tecnici della sostenibilità, ma sul più ampio obiettivo di fare una ‘buona’ architettura.

Che cosa non può mancare in suo progetto?
Parliamo dei due edifici che lei ha visitato (il DTU Compute e il DTU-Life Science & Bioengeneering, il nuovo educational building for Aqua, Food and Veterinary, sempre nel campus della Technical University of Denmark di Copnhagen, inaugurato lo scorso maggio; in queste pagine, ndr): avrà notato che si tratta di costruzioni particolari. L’idea comune che li caratterizza è quella di ‘usare’ gli spazi per far aggregare le persone.
Quindi, se mi chiede cosa rende speciale la nostra architettura o cosa vorremmo che la gente pensasse a tal proposito, la risposta è questa: saper unire le persone, farle incontrare, favorire il dialogo. Insomma, è quello che noi chiamiamo il ‘livello sociale tridimensionale dell’edificio’. Certo, poi, si percepisce anche che lo spazio è ben proporzionato, che la luce naturale è calibrata nel modo giusto… ma comunque l’idea di base più importante rimane quella di unire le persone.

E ‘buona’ architettura implica anche una responsabilità sociale e culturale da parte del progettista? In fondo l’architetto ‘crea’ ma contemporaneamente ‘distrugge’, contribuendo a trasformazioni del territorio non sempre positive…
Ovviamente sì. Quando progettiamo case, strade, piazze, edifici pubblici, ci impeginamo a esaltare i comportamenti umani più lodevoli, sia individuali sia collettivi. E certo, la responsabilità va integrata con la qualità, e questo è uno dei nostri obiettivi costanti, ma anche con l’estetica, perché è ovvio che se il risultato non si concretizza nel bello perde di valore.
Mi azzerderei a dire che la bellezza può elevarsi a parametro di sostenibilità: un bell’edificio è destinato a durare nel tempo, stimolando la sua manutenzione nel corso degli anni, mentre uno ‘brutto’, mal progettato, è più facilmente destinato a essere demolito o modificato, con costi aggiuntivi.

Il suo studio è ben radicato nel territorio scandinavo: lei progetta soprattutto in Danimarca, Svezia, Norvegia… È una scelta guidata dalle opportunità, oppure lei non crede alla globalizzazione dell’architettura?
Le nostre radici sono europee, ma sicuramente esiste un sentimento nordico che anima i nostri progetti. Siamo sempre alla ricerca della luce, per esempio, perché qui, d’inverno, ne abbiamo davvero poca.
Tuttavia, credo in una società egualitaria e democratica, valori comuni all’Italia, alla Francia, alla Spagna, insomma alla tradizione storica e sociale europea…
La ragione per cui lavoriamo principalmente in Svezia o Norvegia è perché parliamo più o meno la stessa lingua, culturalmente abbiamo molto in comune. Ma noi siamo pronti a dare il nostro contributo di architetti dovunque, ponendoci però questa domanda: “Possiamo condividere dei valori con le persone che abitano in questo luogo?” Bene, se la risposta è affermativa, allora possiamo lavorare assieme.

La pratica dell’architettura è quindi legata ai valori della società civile?
Be’, ci deve essere un terreno comune. Penso solo agli aspetti legati alla sostenibilità… Per molti anni – direi almeno 15 – l’architettura ha avuto una sorta di ‘effetto Bilbao’ (fa riferimento al Guggenheim Museum progettato da Frank Gehry nel 1997 nella cittadina basca, ndr): anche la città più piccola doveva avere il proprio museo, un elemento iconico per cui l’architettura si trasformava in una sorta di prodotto d’alta moda, esclusivo.
Ecco, secondo me, questo è il lato negativo ma, soprattutto, non-sostenibile della globalizzazione dell’architettura, che perde la sua capacità pragmatica, concreta di fare ciò che è necessario e nel modo più efficiente. C’è una grande differenza tra l’aspetto iconico di un edificio, che lo rende spettacolare e pieno di fascino, e quello, diciamo, responsabile che trasforma un manufatto in un prodotto utile alla collettività…
Vede, io credo molto nella sostanza. L’architettura non è una scultura: un edificio deve in primis essere in grado di soddisfare le esigenze e le richieste che provengono dalla società. Se poi un architetto riesce a farlo anche in modo esteticamente convincente, allora ha raggiunto il suo obiettivo: coniugare il senso di bellezza con le esigenze specifiche che pone un dato contesto. Che va oltre lo stile, oltre il linguaggio.

di Laura Ragazzola – foto di David Zanardi